Il mistero buffo dell’Iva
Il governo, a quanto sembra, ha deciso di rinviare di tre mesi la decisione sull’aumento dell’Iva, perché ha reperito sino a ora un miliardo per coprirne il mancato gettito, che, a regime, è stato stimato in quattro miliardi annui. In settembre si dovrebbe discutere poi se effettuare o no l’aumento, ossia se ci sia o meno un altro miliardo di copertura del mancato gettito necessario per arrivare alla fine dell’anno senza inasprimento fiscale. In teoria questo rinvio potrebbe continuare, da un trimestre all’altro, anche nel 2013.

Il governo, a quanto sembra, ha deciso di rinviare di tre mesi la decisione sull’aumento dell’Iva, perché ha reperito sino a ora un miliardo per coprirne il mancato gettito, che, a regime, è stato stimato in quattro miliardi annui. In settembre si dovrebbe discutere poi se effettuare o no l’aumento, ossia se ci sia o meno un altro miliardo di copertura del mancato gettito necessario per arrivare alla fine dell’anno senza inasprimento fiscale. In teoria questo rinvio potrebbe continuare, da un trimestre all’altro, anche nel 2013. Per giustificare questa politica di incertezza, il premier Enrico Letta ha sostenuto che, dopotutto, era stato il governo Berlusconi a stabilire l’aumento al 22 per cento dell’Iva, che ora viene dilazionato. Il Pdl ha ribattuto che ciò non è vero, perché nelle leggi del ministro dell’Economia dell’epoca, Giulio Tremonti, il rincaro dell’Iva era previsto solo come “clausola di salvaguardia”, qualora non si fossero limate le spese. Sarebbe stato il governo Monti a reintrodurre l’aumento spostandolo al luglio 2013. Ma anche questo non è esatto, perché esso è ancora una clausola di salvaguardia, che scatta ove non si trovi la copertura che dovrebbe attuarsi sfoltendo la selva delle “spese fiscali”, cioè tagliando esoneri dotati di scarse giustificazioni. Dunque, si torna al punto di partenza. Questo balletto di scaricabarile non serve a nulla.
L’aumento dell’aliquota ordinaria di Iva è una penale che il governo addossa agli italiani, se non è capace di ridurre l’area dei privilegi dell’uno o dell’altro tipo. D’altra parte, il mero rinvio non tonifica la domanda perché nel contribuente rimane l’apprensione per il futuro. Un ragionamento analogo riguarda l’Imu sull’abitazione principale. Infatti rimane il dubbio che la seconda rata debba essere pagata e che il prossimo anno l’imposta sia dovuta per intero. Così si ha il paradosso per cui il fisco non incassa il gettito, ma allo stesso tempo si provoca una depressione della domanda, perché l’“effetto di annuncio” del tributo rimane in piedi. Ed emerge anche un altro effetto d’annuncio negativo, quello che il governo non ha polso: un brutto segnale, in una situazione incerta come l’attuale.